Mi occupo di preparazione mentale e di educazione alla pratica sportiva. Sono anche tante altre cose: un papà, un marito, un compagno di viaggio, un amico. Nel mio modo di pensare esiste una filosofia di base che mi guida: tutte le persone hanno dentro di sé risorse e potenzialità per affrontare la vita. La vita, per me, è il migliore allenatore. La teoria alla quale faccio riferimento è quella dell’autorealizzazione: l’idea che ogni essere umano possa tendere verso la migliore espressione di sé attraverso tre grandi aree:
- relazioni;
- competenze;
- autonomia
Perché questa premessa? Quando un’amica mi ha chiesto se volessi portare un contributo ad una iniziativa di divulgazione della cultura del ben-essere, ho pensato immediatamente a una storia reale che si ancora a ciò che ho appena raccontato. Non perché sia una storia particolarmente virtuosa, ma proprio perché è complessa e articolata: fatta di ritardi, solitudine, difficoltà, errori e passaggi affrontati attraverso quello che considero il più grande allenatore possibile: la vita. Una vita attraversata utilizzando le risorse che avevo dentro di me, anche quando non erano ancora allenate in modo deliberato, e crescendo proprio attraverso quei tre piani di cui parlavo prima.
Racconterò di sport e di vita. E lo sport, come la vita, l’ho attraversato in diverse forme:
- sport come “babysitter”;
- sport agonistico;
- sport professionistico;
- sport da amatore;
- fino ad arrivare a oggi: lo sport come cura di sé.
Viviamo in una cultura che ci abitua molto presto a guardarci nello specchio del risultato. Succede nello sport, nel lavoro, nella scuola e spesso anche nelle relazioni. Le domande che riceviamo sono quasi sempre le stesse:
“Hai vinto?”
“Che voto hai preso?”
“Com’è andata?”
“Quanto hai prodotto?”
“Che lavoro fai?”
E, senza quasi accorgercene, iniziamo a costruire la nostra identità attorno al risultato. Se vinciamo, ci sentiamo forti. Se perdiamo, ci sentiamo meno. Se veniamo scelti, ci sentiamo importanti. Se restiamo fuori, iniziamo a dubitare del nostro valore. Ma allora la domanda diventa inevitabile:
chi siamo quando lo specchio del risultato si appanna? Chi siamo quando sbagliamo, quando perdiamo, quando non giochiamo, quando usciamo dal gioco?
Una storia che parte da lontano. Merano, 1974. Ho 8 anni e vivo in un contesto culturale complesso, dove un “emigrato”, ospite di un territorio non suo, poteva conquistare riconoscimento culturale e sociale solo attraverso il lavoro. E non un lavoro qualsiasi: un lavoro di eccellenza. Non bastava sopravvivere. Il tuo contributo doveva superare, per qualità, quello dei “locali”. Provate allora a immaginare quella fotografia. L’impegno dei miei genitori. La fatica silenziosa. Il bisogno di trovare un posto nel mondo. E dentro quella fotografia ci sono io, a 8 anni.
La storia è quella di un ragazzo che inizia a fare sport come tanti: con entusiasmo, energia, sicurezza, perfino un po’ di spavalderia. Ma dentro di lui cresce presto una domanda silenziosa: “Chi sono?” “Quanto valgo?” All’inizio la risposta sembra semplice: se vinci, vali. Se perdi, vali meno. E il problema è che spesso il contesto conferma questa idea, anche senza cattiveria. Perché dopo una gara quasi nessuno ti chiede:
“Come hai affrontato la paura?”
“Hai imparato qualcosa?”
“Come stai?”
Le domande sono quasi sempre:
“Hai vinto?”
“Com’è andata?”
E allora quel ragazzo inizia a rincorrere il risultato. Si allena. Migliora tecnicamente. Cresce fisicamente. Ma mentre aumentano i volumi di allenamento, non cresce il lavoro dentro di sé. E insieme alle competenze crescono anche altre cose:
- l’insicurezza;
- la paura di sbagliare;
- il bisogno di dimostrare;
- il confronto continuo con gli altri.
Quando vince si sente forte, riconosciuto, sicuro. Quando perde si chiude, si arrabbia, si mette in discussione. A scuola parlano di “timidezza”. Ma il suo valore oscilla semplicemente insieme al punteggio.
Quando lo specchio del risultato si appanna E questa cosa non riguarda solo lo sport. Perché poi quel ragazzo diventa adulto. Lo sport cambia forma. Diventa lavoro. Diventano relazioni. Diventa bisogno di conferme. Ma la logica resta identica. Se le cose funzionano, sta bene. Se qualcosa si incrina, si perde. Finché arriva un momento — diverso per ognuno di noi — in cui quello specchio si appanna davvero. Può essere:
- un infortunio;
- una sconfitta;
- una crisi personale;
- una separazione;
- un fallimento lavorativo.
E forse quei momenti erano già arrivati tante volte, ma erano sempre stati evitati, coperti, riempiti di rumore o di allenamenti. Poi però succede qualcosa. Per la prima volta quella persona non vuole più usare il risultato per definirsi. Non vuole più rispondere alla domanda “chi sono?” dicendo soltanto cosa fa o quanto performa. Ed è lì che inizia la parte più difficile. Oggi posso dire, la più bella.
L’allenamento alla vita All’inizio c’è confusione. Paura. Disorientamento. Perdita di riferimenti. Ma se si accetta di restare dentro quel passaggio, dentro quella fatica, senza scappare subito, allora può iniziare qualcosa di diverso: l’allenamento alla vita. Perché da lì nasce la vera ricerca. Si inizia a osservare cosa succede dentro di sé quando le cose non funzionano.
Si ascolta il dialogo interno. Si scoprono le proprie reazioni automatiche. Le paure. Le fragilità. Ma soprattutto le risorse. E si scopre qualcosa che spesso nessuno ci insegna:
il piacere del processo. Capire che il valore personale non è qualcosa da conquistare ogni giorno attraverso il risultato. È qualcosa che si costruisce nel modo in cui affrontiamo ciò che viviamo. E allora cambia tutto. Perché il punto non è più soltanto vincere o perdere.
Il punto è:
come stai dentro ciò che vivi? Come reagisci quando le cose non vanno? Come parli a te stesso nei momenti difficili? Sai restare presente anche quando perdi?
Sai imparare senza distruggerti? È lì che si costruisce identità.
Oltre il risultato E allora lo sport smette di essere soltanto prestazione. Diventa un luogo di allenamento umano. Il lavoro smette di essere soltanto produttività.
Diventa uno spazio in cui conoscersi. Le relazioni smettono di essere conferma del proprio valore. Diventano incontro. E la vita smette di essere una corsa continua per dimostrare qualcosa. Diventa il più bel viaggio possibile:
un percorso per comprendersi, scegliere, crescere. Perché alla fine il vero cambiamento arriva quando smettiamo di chiederci:
“Quanto valgo quando performo?”
E iniziamo finalmente a domandarci:
“Chi sono io quando non è il risultato a definirmi?”
Coach Paolo Loner
Riferimenti bibliografici
- Maslow, A. H. (1954). Motivation and Personality. Harper & Row.
- Character strengths and virtues: A handbook and classification Peterson, C., & Seligman
- Albert Bandura Autoefficacia
- Edwuadr Deci e Richard Ryan Teoria dell’Autodeterminazione
- Csikszentmihalyi, M. (1990). Flow. Psicologia dell’esperienza ottimale

